Niente
1 day ago
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La sensazione finale è lo straniamento. Qualcuno immagina che esista un Grande Vecchio che ci vuole così: emotivi, ottusi, sostanzialmente rincoglioniti da porzioni sempre maggiori di nulla spacciato per chissà che. E’ una visione inquietante, ma al tempo stesso rassicurante. Invece io penso che in questo teatrino siamo tutti burattini e burattinai. Fabbricanti e fruitori di notizie, respiriamo tutti la stessa droga, ci nutriamo di cose fasulle mentre subiamo passivamente la realtà e, come tante belle addormentate nel bosco mediatico, restiamo in attesa di un principe azzurro che ci desti dall’incantesimo. Senza renderci conto che quel principe azzurro possiamo essere soltanto noi. »Il bene difficile
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1 week ago
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Ma spiegatemi per bene

Allora, pressata da Murdoch, Google accetta che, dopo 5 click, il sesto è a pagamento per chi vuole avere informazioni passando per il suo motore di ricerca. Magari bastava che passasse una parte degli introiti pubblicitari, con la stessa formula.

Boh. Ok. Immagino la levata di scudi di chi pensa a “tuttogratis”.

Ma visto che si osanna tanto Huffington, non è che la signora non faccia più o meno la stessa cosa? Il suo mega sito non è una serie di link a quelli che le notizie le producono, più una serie di blog di opinione, per razzolare pubblicità? E allora pure lei potrebbe fare un bel 5+1, magari di tasca sua, no?

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2 weeks ago
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Why do we Tumbl? In the end, we use Tumblr not because it’s a great way to connect with our readers (though it is that), or because we believe this or something like it is a part of a new way forward for interaction between publishers and audience (though we think that too). We use Tumblr because it’s fun and while, you know, you can’t eat fun, or trade it in for fistfulls of dollars to fund serious journalism, we believe there’s a value in doing things we like simply because we like to do them, and that hopefully our fellow Tumblrs will too. »Newsweek: Why We Tumbl
Cite Arrow via newsweek
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4 weeks ago
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Penso che un giornalista indipendente che la mattina si sbatte per farmi arrivare le notizie che ho bisogno di sapere in base alla sua professionalità sia un valore da proteggere. »BrightSide - Un po’ ci credo, un po’ Monty Python
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1 month ago
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Vogliamo cominciare?

Okkei, crisi dell’editoria, tutto su Internet o altri contenitori, informazione liquida.

Vogliamo dare un segno di qualità? Bene, se copi e incolli (che tu sia un blog o un sito di informazione delle testate madri) comincia a citare la fonte, anche e soprattutto quella di agenzia.

Poi vediamo chi fa le notizie e chi no.

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1 month ago
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In teoria bisognerebbe per prima cosa definire cosa significhi nell’era del Web essere sociali. Ma non credo che ci possa essere molta differenza con l’essere sociali nel mondo analogico. Ascoltare: ecco cosa vuol dire per me essere sociali. Ovviamente un motore di ricerca è quanto di più asociale possa esistere sul pianeta Terra: ecco perché devi badare alle persone, parlare la loro lingua. Confezionare contenuti di qualità: poi arriverà Google, ma non deve essere un’ossessione. Assieme a questa capacità, possedere anche quella di discernere il buono, dal mediocre o pessimo. Che in Rete non mancano di certo: basta farsi un giretto, vero? Semplificando, i media stanno perdendo consenso perché non sono più capaci di prestare attenzione a quanto accade. Hanno occhi e orecchie solo per sponsor e poteri forti. Il che probabilmente non è nemmeno un male; se occorre far quadrare i conti, diventa inevitabile stringere accordi con chi paga le bollette. Il problema nasce, e si sviluppa prepotente, quando spedisci in soffitta la tua capacità di distinguere: perché i conti diventano la tua bussola. Quindi ascolti, ascolti, ascolti: alla fine, dai retta solo ai forti. A chi si presenta con argomenti “convincenti”, e li assumi senza più discernere alcunché. La moria di blog (almeno: sembra che sia in corso), si sviluppa perché spesso le persone mettono se stesse al centro, e poi attendono gli onori. Che non arriveranno mai, esatto. In parte perché occorre tempo: riuscire a conseguire risultati appena decenti è tutt’altro che immediato. Poi, è necessaria la passione: quella che ti spinge a produrre, ad agire, anche quando vorresti piantare tutto. Però tu credi in quello che combini, poco importa se non ottieni alcun successo, e i riscontri sono minimi. Bisogna convincersi che essere sociali è qualcosa che si impara, e sul Web è forse meglio impararlo in fretta, o si soccombe. Non è però una socialità magari alienante o alienata, come si legge in giro. Perché ci sono uomini e donne, separati spesso da distanze geografiche notevoli, che volentieri si incontrano, e provano ad immaginare percorsi differenti. Là dove si vede solo stanchezza e rassegnazione. »Essere sociali è una faticaccia
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1 month ago
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Siamo ancora a metà del guado, o anche meno.

A me questa cosa della fine dei giornali, dei libri, o di chi finirà prima, non convince poi tanto.

Anche il fatto della ricerca della qualità (vedi venicesession4, intervento di Luca Sofri) non mi pare così dirimente, basta vedere il degrado della TV e la sua preponderanza nella dieta mediatico-informativa. E non venitemi a dire “è un complotto del solito Berlusconi” perché fatico a crederci.

Non sono convinto delle magnifiche sorti progressive del Kindle o di altri e-book. A parte il fatto delle “sensazioni” cartacee, portarmi in spiaggia (sì, è sempre il solito esempio) un affare che mi costa l’iradiddio e potrebbe venire devastato da un po’ di sabbia non mi sconfiffera.

Vero invece che il giornale di carta va su una bruttissima china. E il vezzo dei giornalisti, quasi l’orgoglio, di dire che “il giorno dopo ci si incarta il pesce” non regge quasi più. A parte il fatto che il pesce non lo si incarta col giornale da un bel pezzo, adesso i giornalisti della carta stampata agognerebbero di vedere in giro i loro quotidiani, anche sui banchi del pesce, del fritto, del pane. E invece vedono poche copie regalate sui banconi del gelato del bar, e neanche quelli. Ecco, in questo settore, forse, complici telefonini, computer e wifi, potrebbe esserci lo “switch” dalla carta al digitale totale. Che ci vuole, chessò, a distribuire nei bar dei visori con le notizie che scorrono o con l’ultimo pdf, cappuccino-touch screen e via?…

A parte la qualità delle cose scritte, poi, è proprio la grafica di un giornale a non attirare proprio più: il “mosaico” di titoli, griglie, foto, piazzati secondo i vecchi canoni grafici è diventato sempre più un guazzabuglio. Certi giornali (come, ahimè, il Gazzettino) si sono ridotti cercando di infilare in mezza pagina quel che ce ne stava su una, creando una confusione che rende più bello anche l’ultimo dei free press.

Anche qui, comunque, la questione non è la digitalizzazione o meno dei contenuti. Se ci pensiamo bene, se uno fa un copia-e-incolla maldestro di scemenze, poi lo fa stampare su carta o lo carica sul web, a parte i costi, sempre pessima roba è.

Che ci mettiamo, nei giornali, è la domanda da farsi. In teoria dovrebbero starci notizie, anche se l’andazzo italiano è quello di togliere le notizie e metterci commenti, o “sparate” sempre più grosse, siano esse gossip, maldicenze, dileggiamenti o ipotesi fantascientifiche. Se si prosegue, altro che dicotomia carta/web: qui non resterà più niente.

E mi sa che non c’è ancora una sintesi efficace.

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1 month ago
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Noi siamo traghettati dal secolo degli atomi al secolo dei bit, ma ci siamo portati dietro tutto il vecchio armamentario. E pretendiamo che funzioni. Così com’è. »Una legge non fa primavera. Marco Pratellesi
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1 month ago
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Prime idee

Di ritorno (!) dalla Venicesession4, che ha tracciato - anche - un panorama desolante del giornalismo e dell’informazione in genere, Sergio era pensoso e silenzioso, come al solito. Poi ha sfornato FactCheck.it

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2 months ago
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Ecco, se tutti noi avessimo insistito di più, se avessimo preteso certi comportamenti dalle fonti ufficiali, se avessimo messo da parte qualunque tipo di complicità con le fonti riservate, se avessimo evitato, a un certo punto, di scrivere tutto quello che veniva da un magistrato o da un poliziotto senza alcuna verifica, forse adesso qualcosa sarebbe cambiato, in Italia, sul modo di fare giornalismo. »Da un commento a Censura e responsabilità nella stampa USA: il rapporto Afghanistan e il Washington Post
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