Niente
2 days ago
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Vogliamo cominciare?

Okkei, crisi dell’editoria, tutto su Internet o altri contenitori, informazione liquida.

Vogliamo dare un segno di qualità? Bene, se copi e incolli (che tu sia un blog o un sito di informazione delle testate madri) comincia a citare la fonte, anche e soprattutto quella di agenzia.

Poi vediamo chi fa le notizie e chi no.

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1 week ago
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In teoria bisognerebbe per prima cosa definire cosa significhi nell’era del Web essere sociali. Ma non credo che ci possa essere molta differenza con l’essere sociali nel mondo analogico. Ascoltare: ecco cosa vuol dire per me essere sociali. Ovviamente un motore di ricerca è quanto di più asociale possa esistere sul pianeta Terra: ecco perché devi badare alle persone, parlare la loro lingua. Confezionare contenuti di qualità: poi arriverà Google, ma non deve essere un’ossessione. Assieme a questa capacità, possedere anche quella di discernere il buono, dal mediocre o pessimo. Che in Rete non mancano di certo: basta farsi un giretto, vero? Semplificando, i media stanno perdendo consenso perché non sono più capaci di prestare attenzione a quanto accade. Hanno occhi e orecchie solo per sponsor e poteri forti. Il che probabilmente non è nemmeno un male; se occorre far quadrare i conti, diventa inevitabile stringere accordi con chi paga le bollette. Il problema nasce, e si sviluppa prepotente, quando spedisci in soffitta la tua capacità di distinguere: perché i conti diventano la tua bussola. Quindi ascolti, ascolti, ascolti: alla fine, dai retta solo ai forti. A chi si presenta con argomenti “convincenti”, e li assumi senza più discernere alcunché. La moria di blog (almeno: sembra che sia in corso), si sviluppa perché spesso le persone mettono se stesse al centro, e poi attendono gli onori. Che non arriveranno mai, esatto. In parte perché occorre tempo: riuscire a conseguire risultati appena decenti è tutt’altro che immediato. Poi, è necessaria la passione: quella che ti spinge a produrre, ad agire, anche quando vorresti piantare tutto. Però tu credi in quello che combini, poco importa se non ottieni alcun successo, e i riscontri sono minimi. Bisogna convincersi che essere sociali è qualcosa che si impara, e sul Web è forse meglio impararlo in fretta, o si soccombe. Non è però una socialità magari alienante o alienata, come si legge in giro. Perché ci sono uomini e donne, separati spesso da distanze geografiche notevoli, che volentieri si incontrano, e provano ad immaginare percorsi differenti. Là dove si vede solo stanchezza e rassegnazione. »Essere sociali è una faticaccia
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2 weeks ago
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Siamo ancora a metà del guado, o anche meno.

A me questa cosa della fine dei giornali, dei libri, o di chi finirà prima, non convince poi tanto.

Anche il fatto della ricerca della qualità (vedi venicesession4, intervento di Luca Sofri) non mi pare così dirimente, basta vedere il degrado della TV e la sua preponderanza nella dieta mediatico-informativa. E non venitemi a dire “è un complotto del solito Berlusconi” perché fatico a crederci.

Non sono convinto delle magnifiche sorti progressive del Kindle o di altri e-book. A parte il fatto delle “sensazioni” cartacee, portarmi in spiaggia (sì, è sempre il solito esempio) un affare che mi costa l’iradiddio e potrebbe venire devastato da un po’ di sabbia non mi sconfiffera.

Vero invece che il giornale di carta va su una bruttissima china. E il vezzo dei giornalisti, quasi l’orgoglio, di dire che “il giorno dopo ci si incarta il pesce” non regge quasi più. A parte il fatto che il pesce non lo si incarta col giornale da un bel pezzo, adesso i giornalisti della carta stampata agognerebbero di vedere in giro i loro quotidiani, anche sui banchi del pesce, del fritto, del pane. E invece vedono poche copie regalate sui banconi del gelato del bar, e neanche quelli. Ecco, in questo settore, forse, complici telefonini, computer e wifi, potrebbe esserci lo “switch” dalla carta al digitale totale. Che ci vuole, chessò, a distribuire nei bar dei visori con le notizie che scorrono o con l’ultimo pdf, cappuccino-touch screen e via?…

A parte la qualità delle cose scritte, poi, è proprio la grafica di un giornale a non attirare proprio più: il “mosaico” di titoli, griglie, foto, piazzati secondo i vecchi canoni grafici è diventato sempre più un guazzabuglio. Certi giornali (come, ahimè, il Gazzettino) si sono ridotti cercando di infilare in mezza pagina quel che ce ne stava su una, creando una confusione che rende più bello anche l’ultimo dei free press.

Anche qui, comunque, la questione non è la digitalizzazione o meno dei contenuti. Se ci pensiamo bene, se uno fa un copia-e-incolla maldestro di scemenze, poi lo fa stampare su carta o lo carica sul web, a parte i costi, sempre pessima roba è.

Che ci mettiamo, nei giornali, è la domanda da farsi. In teoria dovrebbero starci notizie, anche se l’andazzo italiano è quello di togliere le notizie e metterci commenti, o “sparate” sempre più grosse, siano esse gossip, maldicenze, dileggiamenti o ipotesi fantascientifiche. Se si prosegue, altro che dicotomia carta/web: qui non resterà più niente.

E mi sa che non c’è ancora una sintesi efficace.

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2 weeks ago
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Noi siamo traghettati dal secolo degli atomi al secolo dei bit, ma ci siamo portati dietro tutto il vecchio armamentario. E pretendiamo che funzioni. Così com’è. »Una legge non fa primavera. Marco Pratellesi
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2 weeks ago
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Prime idee

Di ritorno (!) dalla Venicesession4, che ha tracciato - anche - un panorama desolante del giornalismo e dell’informazione in genere, Sergio era pensoso e silenzioso, come al solito. Poi ha sfornato FactCheck.it

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1 month ago
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Ecco, se tutti noi avessimo insistito di più, se avessimo preteso certi comportamenti dalle fonti ufficiali, se avessimo messo da parte qualunque tipo di complicità con le fonti riservate, se avessimo evitato, a un certo punto, di scrivere tutto quello che veniva da un magistrato o da un poliziotto senza alcuna verifica, forse adesso qualcosa sarebbe cambiato, in Italia, sul modo di fare giornalismo. »Da un commento a Censura e responsabilità nella stampa USA: il rapporto Afghanistan e il Washington Post
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1 month ago
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Il fatto è che il presidente americano non ne può più dei blog «pieni solo di opinioni, privi di controllo sui fatti, gestiti da persone che gridano una contro l’altra senza un minimo di comprensione reciproca». »Soccorso al vecchio giornalismo - LASTAMPA.it
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2 months ago
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La stampa - spiega nell’ intervista - vive oggi la stessa crisi attraversata dal mondo della politica e della giustizia. I giornalisti sono troppo vicini al potere. Inoltre alcuni membri della professione si sono chiusi in una torre d’ avorio, rifiutando di riconoscere i propri errori e di scommettere sull’intelligenza della gente. Oggi tutti scommettono sulla partecipazione: i politici con la democrazia partecipativa (sbandierata in Francia da Ségolène Royal ndr), i media con il giornalismo cittadino… Ma attenzione: gli internauti non vogliono sostituirsi ai giornalisti! Vogliono solo partecipare al dibattito, esprimersi e apportare le proprie informazioni. Il giornalismo partecipativo ci obbliga finalmente a reinventare il nostro mestiere. »Il giornalismo partecipativo ci obbliga a reinventare il mestiere
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3 months ago
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Bussole

Mi sono sempre detto, e mi hanno sempre detto, che il giornalista ha il dovere/potere di fornire ai cittadini informazioni perché essi si possano formare un giudizio sulle cose. Non tacere niente, nemmeno le cose per lui scomode, tantomeno per i potenti.

Questo “dovrebbe” essere.

Nel nostro Paese - non so all’estero - invece che alimentare il giudizio la categoria giornalistica punta invece ad alimentare i pre-giudizio. Intendiamoci, non che io (e tutti) non abbia idee, ideali, ideologie, credenze, simpatie. Il problema è che i giornalisti ormai seguono solo quelle, fanno da amplificatori delle loro fonti e simpatie, politiche, giudiziarie, economiche, culturali o sportive che siano.

Non parlatemi di giornalismo d’inchiesta. Il giornalismo d’inchiesta dovrebbe essere quello fatto sul posto, con i propri occhi. E ogni tanto se ne legge, e di ottimo.

Invece stiamo diventando postini (con tutto il rispetto). Postini di quel che ci passano, siano veline, soffiate, tesi, atti della magistratura o degli avvocati. Dove vanno a finire le “campagne di stampa”? Dove andrà a finire la storia delle escort? Com’è andata a finire Cogne? Garlasco? Tangentopoli? Trame nere? Mafia? Moggi? Eltsin (ve lo ricordate…)? Risparmiatemi, per favore, gli slogan sulle “stragi di Stato”, il complotto delle toghe, i Servizi deviati…

Ogni tanto c’è qualche “novità” di cui si fa corifeo acritico qualche “grande firma”, qualche grande inviato-grande postino. Si dice di trame, di retroscena, di novità, ma solo perché qualcuno ha mandato un pacchetto a chi ha promesso di copia-e-incollarlo. Senza memoria, senza analisi, partito preso e via.

Così c’è chi ha sempre ragione (i Travaglio, i Belpietro), chi ghigna e vada come vada (i Ferrara).

E c’è una professione che dovrebbe essere l’analisi intellettuale delle cose per chi non ha possibilità di farlo, una voce di chiarezza e di dubbio metodico sulla cose della terra e della vita. Una bussola che invece si sta perdendo.

La categoria dovrebbe mettersi in crisi su questo, non su Internet…

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Ma c’è anche un altro fattore, del quale non si parla mai. Ed è l’etica, non dei giornalisti o dei direttori, ma dei lettori. Se si lavora al New York Times o al Guardian, ci si rivolge a un pubblico che trae buona parte della sua autostima collettiva dal rispetto delle norme sociali, dalla serietà e, soprattutto, dalla convinzione che i mezzi e i fini del giornalismo devono essere giustificati. Queste persone chiedono che il “loro” giornale rifletta questi valori, sia nella scelta delle notizie da pubblicare sia nelle ricerche fatte prima di scrivere un articolo. Ma chi legge News of the world e altri tabloid cerca solo intrattenimento e scandali. Come sono state ottenute quelle notizie (o se sono vere) non ha molta importanza. È per questo che i giornalisti che spiano i cellulari, o si fingono medici, la fanno franca. Il lettore non smette di comprare il giornale se scopre che sono stati usati metodi scorretti: smette di farlo se gli articoli sono noiosi. E l’etica del giornale è determinata proprio dalla preoccupazione di cosa potrebbe spingere i suoi lettori a smettere di comprarlo. Se vi sembra un discorso snob, permettetemi di dirvi un’altra cosa. Ogni volta che tengo una conferenza sul giornalismo di fronte a un pubblico di persone al di sopra dei 35 anni e chiedo se ci sono domande, uno dei primi a parlare è sempre qualcuno che cita un articolo uscito su un tabloid e mi chiede di condannarlo. Di solito il pubblico applaude rumorosamente. Ma la mia risposta è sempre la stessa: “Quanti di voi comprano News of the world?”. Per quanto il pubblico sia numeroso, nessuno alza mai la mano. “E allora come mai quel giornale vende sei milioni di copie?”. Anche i lettori, come i giornalisti, possono essere ipocriti. »I lettori ipocriti David Randall
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